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Pochi vincitori, molti spettatori: il lavoro ai tempi dell’AI

Per cambiare quanto vale il tuo lavoro l’AI non deve sostituirti: lo sostiene Dror Poleg, e il futuro descritto da Demis Hassabis rende la domanda ancora più urgente.

Pubblicato il 30 ottobre 20266 minTempo stimato di lettura
copertina ai lavoro

Da mesi la domanda è sempre la stessa: l’intelligenza artificiale mi toglierà il lavoro? Ci siamo passati tutti, io compreso, e ad oggi la risposta più onesta è: forse no. Il problema è che potrebbe non servire.

Indice
  1. 1.Strumento o mezzo
  2. 2.Il caso dei musicisti
  3. 3.Pochi vincitori, un ceto medio che si svuota
  4. 4.Rifugiarsi nel “creativo” non basta
  5. 5.E il futuro secondo chi l’AI la costruisce
  6. 6.La lezione del 1948
  7. 7.Considerazioni finali
  8. 8.Fonti

A farmelo notare è stato Dror Poleg, che in una newsletter uscita pochi giorni fa, “Your Job Can Survive AI. Your Salary Might Not.”, propone un cambio di prospettiva semplice e un po’ scomodo: smettere di vedere l’AI solo come uno strumento e iniziare a vederla anche come un mezzo di comunicazione.

Strumento o mezzo

Siamo abituati a paragonare l’AI al telaio meccanico, alla macchina da scrivere, al computer: tecnologie che estendono ciò che una persona sa fare. Secondo Poleg l’analogia è utile ma incompleta. L’AI è anche erede del fonografo, della radio, della fotografia, cioè di tecnologie che non potenziano il singolo ma ne scalano la portata: prendono una performance, la separano da chi l’ha prodotta e la distribuiscono ovunque.

E qui sta la parte interessante. I mezzi di comunicazione raramente cancellano un mestiere. Lo lasciano in piedi, ma ne stravolgono la distribuzione dei redditi, la stabilità e le strade per arrivare al successo. Il concetto, riassunto da Poleg con una frase che mi è rimasta in testa, è che l’AI non deve sostituirti per ridefinire quanto vali sul mercato.

Il caso dei musicisti

L’esempio che porta è quello della musica, ed è calzante. Dal 1970 la quota di musicisti sulla forza lavoro americana è rimasta più o meno stabile: la professione non è sparita, anzi. Ma è cambiata fuori da ogni riconoscimento. Oggi chi sta in cima guadagna cifre da miliardario, mentre la maggior parte dei musicisti porta a casa meno dello stipendio mediano nazionale. Nel frattempo milioni di persone caricano la propria musica su YouTube, TikTok e Spotify e competono per la stessa attenzione, anche se nelle statistiche del lavoro non compaiono.

Gli economisti studiano queste dinamiche, la cosiddetta economia delle “superstar”, da almeno quarant’anni. Poleg ricorda che le stesse regole valgono anche per mestieri fisici, dagli istruttori di fitness online ai creator di contenuti per adulti: pochissimi vincitori giganteschi e un’enorme coda di concorrenti. Nessuno sostiene che un’istruttrice di Peloton sostituisca davvero una palestra, ma basta la sua esistenza a cambiare l’economia di tutto il settore.

Pochi vincitori, un ceto medio che si svuota

L’AI, dice Poleg, intensificherà tutto questo e lo estenderà a molte più industrie: da una parte permette ai migliori di moltiplicare il proprio impatto, dall’altra distilla una parte delle loro capacità e le mette a disposizione di chiunque. Il risultato è un mercato con meno vincitori, ma più grandi, una lunga coda di semi-professionisti e un centro che si svuota. Dare accesso alla competenza a più persone non significa che più persone riescano a viverci in modo stabile.

Non sono dati misurati: è l’idea di Dror Poleg (mercati con meno vincitori più grandi, una lunga coda e un centro che si svuota) tradotta in una figura. Le curve sono disegnate con funzioni semplici, solo per renderla visibile.

La Silicon Valley ne è già un’anteprima: le big tech hanno offerto ai migliori ricercatori di AI pacchetti da centinaia di milioni di dollari, e nello stesso periodo hanno licenziato migliaia di dipendenti esperti, continuando a crescere senza assumere come si faceva una volta.

Rifugiarsi nel “creativo” non basta

La reazione istintiva è: allora spostiamoci su ciò che è più creativo, più difficile da misurare, più “umano”. Poleg è scettico, e io con lui. Primo, perché questi lavori sono per natura meno stabili e meno equamente distribuiti. Secondo, perché l’AI sta diventando brava anche lì: il web è già pieno di contenuti generati che a molti piacciono, diversi premi giornalistici e letterari di quest’anno sono andati a chi ha usato l’AI nella ricerca, e l’AI arriva persino a risolvere problemi matematici su cui generazioni di studiosi si sono rotte la testa.

Correre davanti alla macchina verso compiti “distintamente umani” è, secondo lui, una strategia perdente. L’unica cosa davvero umana resta essere una persona in carne e ossa: la gente pagherà un sovrapprezzo per attenzione, opinioni e creazioni umane, non perché siano migliori ma perché sono umane. Il guaio è che una domanda di attenzione umana non garantisce un reddito da classe media.

E il futuro secondo chi l’AI la costruisce

Qui mi viene in mente l’intervista che il Wall Street Journal ha dedicato a Demis Hassabis, il fondatore di Google DeepMind, premio Nobel per la chimica 2024 per AlphaFold. Hassabis, che secondo il pezzo di Ben Cohen ha da poco accorciato le sue stime, prevede l’arrivo dell’AGI, un sistema con l’intera gamma cognitiva del cervello umano, entro due o tre anni, mentre qualche mese fa parlava di tre-cinque.

La sua idea di “vincere” non è commerciale: aiutare l’umanità a gestire l’arrivo dell’AGI in modo sicuro e a beneficio di tutti. Ha anche proposto un organismo finanziato dall’industria, sotto supervisione federale, che testi i modelli più avanzati prima del rilascio, con regole adattabili in tempo reale perché, dice, una cattiva regolamentazione è peggio di nessuna.

Il punto che mi ha colpito di più però è un altro. Hassabis ammette che finora si è pensato soprattutto a ciò che deve succedere prima dell’AGI e troppo poco a cosa fare dopo: come cambieranno le nostre istituzioni, chi ne trarrà beneficio, quale sarà lo scopo. Poleg, da economista, risponde proprio a quella domanda, e non in termini filosofici.

La lezione del 1948

Poleg non propone di fermare l’AI, perché i musicisti degli anni Venti non fermarono il grammofono. Ricorda però cosa fecero i loro successori: nel 1948 negoziarono un accordo per cui una parte dei ricavi dei dischi finisce in un fondo che da allora finanzia concerti dal vivo di musicisti veri in tutti gli Stati Uniti. Il compito di oggi, dice, è fare la stessa cosa su scala di intera economia: costruire istituzioni che trasformino una maggiore capacità produttiva in prosperità condivisa e permettano alle persone di avere una vita stabile anche quando il valore di mercato di ciò che fanno continua a cambiare.

Considerazioni finali

Io lavoro in azienda, nell’IT, e il mio primo istinto è guardare l’AI come uno strumento. Ma dopo aver letto Poleg la domanda giusta non è più “farà il mio lavoro?”, bensì “quanto varrà il mio lavoro quando lo faranno in tanti, o quando lo farà una versione distillata di me”?

Non ho la risposta, e diffido di chi dice di averla. Tuttavia mi sembra che il dibattito sia sbilanciato: tutti a chiedersi quando arriverà l’AGI, pochi a chiedersi come dividere i frutti quando arriverà. Se Hassabis ha ragione sui tempi, e ci mancherebbe che lo sappia meglio di me, abbiamo due o tre anni per cominciare a rispondere. Meglio non aspettare l’ultimo giorno.

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